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Spagna, Catalogna, Tabarnia: il secessionismo a scatole cinesi

Il guaio di essere secessionisti è che qualcun altro potrebbe fare la secessione nei tuoi confronti! Ed è quello che sta succedendo nella triade Spagna, Catalogna e (new entry) Tabarnia. I fatti sono questi: la regione autonoma catalana (o una buona parte della sua popolazione) vuole l’indipendenza dalla Spagna. Ma le metropoli costiere di Barcellona e Tarragona non ci stanno e potrebbero presto chiedere l’indipendenza dal resto della Catalogna.

Il 1° ottobre 2017 si celebrerà, salvo sorprese, un referendum per l’indipendenza della Catalogna. E finora abbiamo quasi solo sentito parlare dei favorevoli al sì: la loro espressione, nel Parlamento della regione autonoma catalana, è la coalizione pro-indipendenza Junts Pel Sì. Uno schieramento di destra-sinistra che ha vinto, con Carles Puidgemont, le elezioni del regionali del 2015 promettendo proprio la secessione.

Ma non ci sono solo loro sullo scacchiere. Esiste infatti un contro-movimento, la Plataforma por la Autonomìa de Barcelona, capitanata dalla docente di storia Carla Arrufat. Il suo scopo: autonomia dalla Generalitat catalana e strenua opposizione al sì al referendum. La Plataforma ha inventato anche l’espressione Tabarnia (Tarragona più Barcellona). E se la Catalogna realizzerà la secessione dalla Spagna, lotterà perché la Tabarnia faccia secessione dalla Catalogna. Per ricongiungersi con la Spagna!

Da una parte, i secessionisti della Catalogna

Il contesto è abbstanza noto: in Catalogna c’è da sempre una buona fetta di opinione pubblica che chiede l’indipendenza totale dal governo di Madrid.

Gli argomenti dei secessionisti catalani sono molto simili a quelle classiche di tutti i secessionisti d’Europa (e del mondo)…

  • “Siamo diversi per lingua e per cultura dal resto dello Stato”.
  • “Siamo quelli che, all’interno dello Stato di cui facciamo parte, producono più ricchezza. Gli altri sono a traino nostro”.
  • “Più risorse per la regione di cui ci sentiamo parte, vota per la secessione!”

 

Chi sono i rappresentanti dell’indipendentismo catalano

In Catalogna, il fronte pro-indipendenza è trasversale. Il cartello elettorale Junts Pel Sì unisce infatti Convergencia Democrática de Cataluña (centrodestra), Esquerra Republicana de Catalunya (sinistra), Demócratas de Cataluña (centrodestra) e Moviment d’Esquerres (centrosinistra).

E’ uno schieramento davvero molto agguerrito e capace di mobilitazioni come la “Diada Nacional de Catalunya” dell’11 settembre 2012. I numeri: un milione e mezzo di persone portati in piazza grazie all’orgoglio catalano. Inoltre i pro-secessione hanno già vinto con l’80% dei voti un referendum per l’indipendenza: quello del 9 novembre 2014. Peccato che la consultazione fosse illegale secondo la Corte costituzionale spagnola. E in ogni caso, peccato che solo un catalano su tre avente diritto abbia votato.

 

Cadaques in Catalogna
Cadaques, Catalogna (MX30744 di Eric Milet via Flickr)

 

Spagna e Catalogna: governo centrale e regionale allo scontro

Il 1° ottobre la coalizione secessionista ci riprova: una Legge di Transitorietà Giuridica e per la Fondazione della Repubblica (in caso di vittoria del sì) è stata votata dal Parlamento regionale di Barcellona. Madrid continua a porre il veto su ogni azione per l’indipendenza. Ma i partiti secessionisti, che hanno ancora la maggioranza in Catalogna, sono ben decisi ad andare avanti.

E non è bastato l’attentato terroristico di Barcellona a ricostituire un clima di “unità nazionale” con la Spagna. Anzi: ricordiamo i fischi indirizzati a Mariano Rajoy e a Re Felipe VI durante la manifestazione No tinc por. Non solo. Carles Puigdemont, presidente della regione autonoma, ha accusato il governo spagnolo “di aver giocato politicamente con la sicurezza del popolo catalano”. Il riferimento sarebbe agli scarsi finanziamenti alla polizia della regione autonoma, i Mossos d’Esquadra, da parte del governo centrale: lo spiega una notizia dell’Ansa.

 

I passi falsi di Rajoy verso la Catalogna

D’altro canto, il governo di Madrid dà l’impressione di rifiutare qualsiasi forma di dialogo col sentimento di indipendentismo catalano. Rajoy ha negato alla polizia locale l’accesso ai database di Europol. Molti osservatori reputano questo gesto tanto insensato quanto quello di negare il fondamento giuridico al referendum sono due autogol politici, secondo il giornale online Strade. E non sono gli unici: Madrid ha infatti preso il controllo delle finanze di Barcellona per bloccare il referendum e, il 20 settembre, ha arrestato alcuni promotori istituzionali.

Gesti folli, quasi da polizia politica, che avvantaggiano i secessionisti catalani. E i secessionisti della Tabarnia già aspettano i prossimi eventi.

 

Dall’altra parte, i secessionisti della Tabarnia

E qui veniamo agli indipendentisti della Tabarnia. La loro formazione di riferimento è la Plataforma por la autonomía de Tabarnia: questo è il loro blog.

Anti-secessionismo catalano e programmi

Al referendum, la Plataforma potrebbe contare su un sentimento anti-indipendentista piuttosto forte, stando ai numeri riportati da Occhidallaguerra.it (da cui prendo a prestito l’espressione “scatole cinesi”: grazie). Durante il referendum per l’indipendenza della Catalogna del 2014 ha votato a favore il 44% delle regioni interne. Ma il “sì” ha registrato solo il 27% nella fascia metropolitana di Tarragona e Barcellona.

Forte di questi numeri, le opzioni politiche che il movimento della Tabarnia considera sono per ora solo due…

  • Rendere la Tabarnia indipendente dalla Catalogna, nel caso questa formasse uno Stato disgiunto dalla Spagna, col fine di ricongiungersi a Madrid.
  • Oppure, in caso di sconfitta degli indipendentisti catalani, formare comunque una propria Generalitat (regione) a parte rispetto al resto della Catalogna “che consuma le nostre risorse”.

 

Tabarnia su Facebook
Pagina Fb del movimento per l’autonomia della Tabarnia

 

Gli argomenti della Tabarnia contro la Catalogna

L’argomentazione principale dei secessionisti della Tabarnia è infatti molto simile nella forma a quella dei secessionisti catalani. “Attualmente Barcellona, e la sua area metropolitana, apportano l’87% delle entrate economiche della Regione Catalana, ed in cambio ricevono solo il 59% – dice Carla Arrufat in un’intervista (che su SpagnaItalia puoi leggere in italiano) – Non vogliamo che si continui ad utilizzare la città come una banca per finanziare l’indipendentismo mentre, per esempio, i nostri farmacisti e i nostri funzionari continuano a non essere pagati”.  

Del resto avere contro Tarragona e Barcellona non sarebbe uno scherzo per gli indipendentisti catalani. Infatti, la fascia metropolitana della regione autonoma è quella con più imprese (anche internazionali) e più attraente per il turismo. Già le imprese comincerebbero a disinvestire per paura dell’indipendentismo, secondo Carla Arrufat. E la secessione della Catalogna avrebbe anche conseguenze su pensioni e Stato sociale, mobilità, sport.

Tutte circostanze che, secondo i fondatori la Plataforma, rischiano di mandare le beneamate risorse economiche catalane in Catalexit!

 

Tabarnia vs Catalogna vs Spagna: le ragioni contro il secessionismo

La cosa interessante è che i due movimenti usano quasi gli stessi argomenti economici e politici per giustificare il proprio desiderio di indipendenza. Sia i secessionisti catalani, sia i secessionisti della Tabarnia.

Il terzetto Spagna-Catalogna-Tabarnia mostra in modo limpido perché in genere fare una secessione non sia un buon affare. Almeno per una serie di motivi…

 

Relazioni estere

Dal punto di vista della diplomazia internazionale, “pesa di più” un paese più popoloso e che rappresenta un mercato più ampio. Può anche non piacere, ma è così. E in un mondo interconnesso come il nostro, le relazioni internazionali contano.

 

Investimenti e imprese

Proviamo a vedere la cosa dal punto di vista delle imprese che investono in un territorio: come può non essere motivo di ansia l’instabilità politica? O la possibilità che da un momento all’altro si restringa il mercato in cui investo? O la possibilità che il nuovo Stato batta una nuova moneta e adotti una tassazione completamente diversa e imponga nuovi standard industriali e/o tecnologici? Se fossi imprenditore, anche solo la possibilità di dover affrontare alcune di queste variabili mi farebbe desistere.

 

Lavoro

Meno imprese che investono, meno posti di lavoro e più difficoltà nella tenuta dello Stato sociale. Anche in questo caso: può piacere o meno, ma è così.

 

Differenza culturale in quanto “Popolo”

Ora veniamo ai problemi di “differenza di cultura”: un tema chiarissimo nelle argomentazioni dei secessionisti catalani e latente in quelle della Plataforma per la Tabarnia. Siamo davvero sicuri di poter dare ad ogni “Popolo” (parola che è poi tutta da spiegare) un proprio Stato e un proprio budget totalmente autonomo? Guarda la mappa linguistica dell’Europa, credo si spieghi da sola:

Mappa lingue Europa
Mappa delle lingue in Europa (fonte: Eurfedling.org)

Mi sembra intuibile il punto: o no? La mappa delle lingue (inclusa quella della Catalogna) è talmente frastagliata che per dare ad ogni ceppo linguistico, ad ogni etnia, ad ogni “Popolo” il proprio Stato dovremmo perderci in una serie di litigi e conflitti senza fine.

Ed è già successo: tremila anni di guerra civile europea. Non ne abbiamo bisogno. Credo che anche i secessionisti, catalani e non, ne siano più che consapevoli. Quindi, è giusto esaltare le minoranze e le differenze etnico-linguistiche, perché fanno parte dell’identità dell’Europa: ma attenzione, ogni volta, ad alzare indiscriminatamente l’asticella delle pretese di autodeterminazione.

 

“Noi trainiamo tutti gli altri”

Ma vogliamo lasciar perdere la questione etnico-linguistica e tutte le altre? Allora parliamo solo dell’argomento economico (motivo 5 e forse decisivo). Dire che “Produciamo più degli altri, vogliamo uno Stato a parte” porta proprio a quel secessionismo infinito a scatole cinesi, che oggi vediamo in atto nella penisola iberica: Spagna vs Catalogna vs Tabarnia!

Nel caso Catalogna-Tabarnia, non c’è infatti neanche una diversità linguistico-culturale come espediente per fare la secessione. C’è solo la volontà di gestire in autonomia i propri euro… rispetto a chi vuole gestire in autonomia i propri euro! E perché allora un ricco quartiere di Barcellona non dovrebbe fare un referendum per rendersi autonomo dal resto della Città?

Secessionisti, occhio ai secessionisti!

 

 

Immagine in alto: Barcelona, La Pedrera (foto di Ilya Bogin via Flickr)

6 thoughts on “Spagna, Catalogna, Tabarnia: il secessionismo a scatole cinesi

  1. Ciao Marco, complimenti per l’interessante articolo.
    Non sarà facile trattare in un commento tutti gli argomenti da te toccati.

    Indipendentemente dal fatto di essere favorevoli o meno all’indipendenza della Catalogna, secondo me prima di tutto viene il fatto che il governo spagnolo ha cercato in tutti i modi di impedire il referendum (sia prima sia durante la giornata del voto) e lo ha anche fatto in nome della democrazia.
    Tu puoi essere contrario all’indipendenza per i motivi riportati nell’articolo e forse perché sei preoccupato per la coesione dell’Unione Europea e io invece potrei essere favorevole per altri motivi, ma non penso che questo sia rilevante. Io rivendico semplicemente il diritto all’autodeterminazione dei popoli e quindi penso che siano gli abitanti della Catalogna e solo loro a dover decidere. Forse la reazione del governo spagnolo ha portato più persone a votare, oppure molti non sono andati dopo aver visto i primi episodi di “tensione” con la Guardia Civil, non lo so. Ma penso che l’unica soluzione sia quella di rifare il referendum, ma questa volta in maniera concordata e garantendo il regolare svolgimento del voto, per poi rispettarne l’esito a seconda della maggioranza dei votanti. Altrimenti si continua a tenere nascosto il problema (ciò che ha deciso di fare Rajoy) come se non esistesse alcuna richiesta di indipendenza da parte di alcuni o la maggior parte dei catalani, ma il problema spunterebbe inevitabilmente fuori di nuovo. Non vedo come si possa fare finta di niente dopo quello che è successo in questi giorni.

    Tu mi dirai che il referendum è illegale e incostituzionale, ma personalmente ritengo che attualmente questo continui ad essere il metodo più democratico (almeno nelle nostre democrazie rappresentative) attraverso cui i catalani possano esprimere il loro desiderio di autonomia o indipendenza. O che comunque lo sia più di una legge governativa o di una costituzione espressione di una democrazia rappresentativa. Come disse De André: “Io scrivo di persone che hanno tentato, anche in maniera abbastanza balorda, al di fuori delle leggi scritte, di riuscire a trovare la loro libertà. Che certe volte può contrastare, certe volte addirittura contrasta necessariamente con quelle che sono le leggi scritte. Per questo ho scritto “Il pescatore”, per questo ho scritto tante altre canzoni come “Bocca di rosa”. Cioè per me l’importante è fare capire alla gente che le leggi scritte possono essere scritte in ogni caso, in ogni modo e in ogni tempo, ma sempre da un gruppo… da un gruppo che è al potere.”

    Non sono neanche in grado di rispondere alla tua domanda sulla definizione di popolo, forse potrebbero essere gli abitanti di un determinato territorio geografico che condividono le medesime radici linguistiche e culturali. Dalla mappa dell’Europa riportata nell’articolo in effetti dovrebbero essere molti, ma penso che l’esistenza di varie entità territoriali con una loro cultura sia un arricchimento globale per l’Europa e che sia più pericoloso l’appiattimento e la scomparsa delle radici culturali di un popolo. Ti posso chiedere una cosa che non mi è chiara? Per quale motivo l’Europa non dovrebbe volere che la Catalogna ne faccia parte, qualora facesse il referendum e scegliesse a favore dell’indipendenza?

    Senza fare paragoni con la Lega di casa nostra, con cui secondo me non ha nulla a che fare, l’indipendentismo catalano ha determinate ragioni storiche e al suo interno sono presenti forti componenti antifasciste e antirazziste, infatti ad esempio nel 1936 a Barcellona ci fu una forte presenza della Federazione Anarchica Iberica (F.A.I.) e del Partido Obrero de Unificacion Marxista (P.O.U.M.) corrente trotskista e anti-stalinista, per cui Barcellona fu una delle città spagnole che respinsero e resistettero più a lungo al golpe militare di Franco.
    Se l’attuale configurazione nazionale della Spagna è frutto dell’assetto post-imperiale e monarchico dei secoli scorsi, non vedo perché questa condizione debba rimanere immutabile per sempre perché è giusto così, se ci sono delle regioni che rivendicano l’indipendenza da uno Stato centrale a cui non sono legate, soprattutto se all’interno di questo movimento c’è veramente una componente anti-capitalista. Tra le varie ragioni che riporti contro il secessionismo, alcune si concentrano sulla natura dell’attuale sistema economico dominato dal mercato e dici che può non piacere, ma è così. Ma forse qualcuno potrebbe pensare che non debba essere per forza così.. 🙂 Certo però che bisogna anche vedere qual è il progetto che sta dietro alla formazione di un nuovo Stato catalano e che tipo di Repubblica si vuole creare.

    Dopo il voto di domenica scorsa, oltre agli argomenti dei secessionisti catalani che hai scritto nell’articolo, ne aggiungerei anche un altro a mio avviso di grande importanza: il fatto di non voler sottostare ad un governo centrale che ha mostrato la sua natura coercitiva e repressiva.
    Tolstoj scrisse nel suo saggio “Guerra e rivoluzione”: “Ovunque esista un’istituzione che permetta a una minoranza di imporre alla maggioranza quello che essa decreta per legge o per decreto amministrativo, ogni individuo della maggioranza è costantemente minacciato, lui e la sua famiglia, dei più gravi pericoli, di mali dovuti non a dei cataclismi sismici indipendenti dalla nostra volontà, ma al pugno di uomini di cui noi subiamo volontariamente la servitù.” Per non citare autori considerati più radicali.. 🙂

    Per quanto riguarda Ada Colau ho sentito solo che avrebbe preferito che i catalani potessero esprimersi liberamente al referendum e che lei ha votato scheda bianca, non so se voglia veramente fare un’ulteriore secessione e rendersi indipendente dalla Catalogna qualora questa raggiungesse l’indipendenza, ma penso che in questo caso avrebbe votato no e non avrebbe dato più volte del codardo a Rajoy per ricongiungersi poi al governo centrale di Madrid. Ma anche se così fosse, penso che il parere del sindaco di Barcellona Ada Colau o di un membro di Podemos valga esattamente quanto quello di un abitante catalano e quindi penso che alla fine dovrebbe rimettersi alla volontà dei barcellonesi e dei catalani e penso che lo farà. A proposito, per caso sai se anche questa volta la maggioranza degli abitanti di Barcellona e Tarragona si sia schierata di nuovo contro l’indipendenza della Catalogna?

    1. Ciao Roberto, grazie del tuo interesse per il mio articolo e per le tue argomentazioni!
      Cerco di risponderti punto per punto. Anche se, naturalmente, avevo scritto il post prima del referendum “dimezzato” e della brutale risposta della polizia spagnola (e potrei quindi aggiornare il post stesso nel suo insieme).

      – Prima di tutto, una precisazione: io sono d’accordo con te del fatto che “l’esistenza di varie entità territoriali con una loro cultura sia un arricchimento globale”. Totalmente. Non so se mi sono spiegato bene… Quello che intendevo mostrare con la mappa è che i ceppi etnici e linguistici sono a tal punto mischiati in Europa che è impossibile dare ad ognuno uno Stato: per il semplice fatto che spesso non sapresti proprio come disegnare i confini! Assegneresti un paese al primo Stato, quello vicino al secondo Stato, quello dopo ancora al primo? Oltre tutto, la mappa non scende nel dettaglio della penisola balcanica: lì è davvero un busillis!
      – In questo senso, secondo me, dovremmo anche ripensare un’altra cosa: a mio parere, non è più lo Stato nazionale il luogo dell’autodeterminazione dei popoli. Personalmente, sono sempre stato a favore del federalismo: e cioè creare tanti Stati più o meno (e sottolineo più o meno) corrispondenti ai ceppi etnici linguistici, in una cornice comune di un parlamento multi-statale e multi-nazionale. Peraltro, mi pare che proprio il partito della sindaca Ada Colau propenda per questa opzione per il futuro della Spagna (e infatti lei, per ora, ha votato scheda bianca al referendum). Ma mi sembra che neanche questo possa essere una soluzione definitiva. Perché le arricchenti “differenze” d’Europa vengono fuori anche all’interno di singole “comunità storiche” e cittadine.
      – Sull’attuale assetto economico di mercato “che potrebbe non essere così”, per ora preferisco non pronunciarmi. Quello che però penso è che, dato l’attuale assetto dell’economia e del lavoro (che ha il suo fulcro nell’iniziativa imprenditoriale), di questo elemento devi tenere conto per garantire lo sviluppo della tua comunità. E se non hai già in partenza un piano B di sviluppo socialmente sostenibile alternativo (di cui possiamo discutere, anche se su alcune opzioni posso dissentire) a mio parere è inutile che ti imbarchi nell’avventura secessionista! Comunque, non mi sembra che il presidente catalano Puidgemont volesse mettere in discussione in quanto tale l’economia di mercato. Forse alcuni suoi alleati sì, ma la coalizione secessionista nel suo insieme no.
      – Quindi, rifare il referendum e rispettarne il conseguente esito? Non saprei… non metto in discussione che molte rivoluzioni (anche non violente) partono contro la legge vigente. Anzi. Dico solo che, per i motivi che ti ho scritto, io non lo ritengo utile in questo caso. E’ altrettanto vero che dopo una reazione così abnorme da parte del governo centrale, il senso di fiducia su cui si regge la società di uno Stato rischia di saltare (e questo te lo devo concedere).

      Spero di non avere dimenticato alcune questioni che hai aperto. In caso, sono sempre qui 😉

  2. Be’, diciamo che secondo me la concezione di democrazia di Rajoy era chiara non solo prima e durante il referendum, ma lo è anche ora dopo il voto.
    Per quanto riguarda il presidente catalano Puidgemont, non lo conosco e non mi riferivo a lui o ai suoi alleati dicendo che qualcuno potrebbe non essere d’accordo con l’attuale sistema economico, ma più che altro alle persone che sono andate a votare a favore dell’indipendenza.
    Io non volevo dire che bisogna assegnare uno Stato (infatti ho parlato di entità territoriali) ad ogni ceppo linguistico, anzi non ho alcuna intenzione di disegnare i confini di uno Stato anche perché condivido il tuo dubbio e metto in discussione i confini decisi da qualcuno a tavolino.
    Sull’utilità o meno dello Stato preferisco anche io non pronunciarmi, diciamo che si può essere più favorevoli ad una centralizzazione o ad un decentramento del potere decisionale di un territorio e che io propendo per questa seconda alternativa. In questo senso, ovviamente sono d’accordo con te quando dici che non è più lo Stato-nazione il luogo dell’autodeterminazione dei popoli.
    Non hai risposto alla mia domanda sull’Unione Europea, ma la ricollego al tuo discorso sul federalismo per cercare di capire meglio.
    Ammettiamo per ipotesi che la Catalogna dichiari la sua indipendenza dal governo centrale di Madrid, minacce di Rajoy a parte. Chiamiamola Repubblica di Catalogna e supponiamo che faccia richiesta per fare parte degli Stati Uniti d’Europa, così come da te intesi. Come si comporterebbe in questo caso una tale federazione di Stati? Reagirebbe come l’Unione Europea? Sarebbe schierata dalla parte del governo centrale spagnolo oppure dovrebbe essere favorevole ad un superamento degli Stati-nazione, come auspicato nel Manifesto per un’Europa libera e unita? Se negasse la richiesta della Catalogna, mi piacerebbe sapere perché.

    1. L’Unione europea non ha accettato il ruolo di mediazione (tra governo centrale spagnolo e governo catalano) perché l’influenza degli Stati nazionali è ancora troppo forte sulla UE. Ahimé.
      Se esistesse una federazione europea, o gli “Stati Uniti d’Europa”, penso non sarebbe più così importante il fatto che una regione faccia parte di uno Stato o di un altro o sia indipendente. Almeno, penso che questo sarebbe auspicabile. Ma questo dipenderà da che parte starà la maggior parte dell’opinione pubblica: se a favore di una divisione più rigida tra vecchi Stati nazionali; o a favore di altre forme di organizzazione più “liquida”. E soprattutto, dipenderà dal fatto che venga mai ad esistere, una federazione europea 😉

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