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Qwant: il motore di ricerca europeo che sfida Google

Cercavano il “Google europeo” come fosse il Santo Graal: gli utenti interessati alla privacy durante la navigazione, le istituzioni UE, gli “architetti” a vario titolo del mercato unico digitale. Forse l’hanno trovato: è Qwant, il motore di ricerca europeo che promette di proteggere i dati dei consumatori online meglio di Big G. Q come “Quantità” (di dati), Want come “volere” in inglese.

Il digitale è oro. Perché allora, si chiedevano in molti, lasciare tutto ai giganti americani della Silicon Valley? Perché non portare un po’ di questo oro in Europa?

E così ora c’è un motore di ricerca che puoi utilizzare fin da subito (con le istruzioni che leggerai di seguito). Ci sono dei finanziamenti da parte di imprese ed enti pubblici francesi e tedeschi. Forse altri gruppi transnazionali si aggiungeranno: per questo Qwant è “europeo” a tutti gli effetti. C’è anche una storia politica dietro, fatta di diffidenze tra Stati Uniti ed Europa per il modo in cui vengono controllati i dati dei cittadini-utenti. E c’è chi critica tutto il progetto, considerato troppo “dirigista”. Chi ci vede una violazione dei principi del libero mercato e chi no.

Come puoi immagine, quest post su Qwant non sarà solo “tecnologico”, ma anche di geo-politica. Quindi siediti comodo e scegli il tuo taglio preferito tra i capitoli dell’indice. Perché c’è tanto da raccontare e da sapere!

 

Ecco come funziona Qwant

L’interfaccia di Qwant ricorda molto quella di Google e di altri motori di ricerca: una schermata bianca e user-friendly per non distrarre l’utente e agevolare l’utilizzo. La novità è però che sulla sinistra (sotto la Q del logo) campeggiano una serie di sezioni e di relative funzionalità.

Guarda tu stesso: puoi utilizzare il motore di ricerca Qwant all’indirizzo www.qwant.com.

  Sezioni per una ricerca personalizzata

Il motore di ricerca europeo permette di applicare una serie di “filtri” alle informazioni ricercate dall’utente. E così possiamo avere risultati scremati:

  • dall’intero Web;
  • dalle Notizie degli ultimi giorni;
  • dai risultati provenienti da Social come Twitter e Facebook;
  • dal database di Immagini e
  • da quello Video.
  • Inoltre è possibile fare Acquisti sul web e, infine,
  • disporre di proprie Bacheche per salvare link su categorie specifiche (secondo una modalità simile al social network Pinterest).

 

Qwant motore di ricerca europeo

   Un ecosistema Qwant per la musica

Un ulteriore filtro per la Musica è utile poi per cercare gruppi musicali, album e presto (secondo quanto racconta l’AD Alberto Chalon su Focus Junior), tutto l’ecosistema ad essi collegato. Ossia anche siti e social dedicati a band e tracce e molti altri dati sul genere musicale.

“Tra qualche tempo poi – afferma ancora Chalon, sempre su Focus Junior –  gli algoritmi di Qwant Music saranno in grado di leggere le melodie e le parole dei brani cercati dagli utenti per proporre loro artisti o gruppi meno conosciuti che offrono musica simile”.

 

  Privacy dei dati e ricerca sicura per i ragazzi

Insomma, Qwant è un motore di ricerca che punta molto sulla differenziazione della fonte e del formato delle informazioni (soprattutto da un punto di vista visivo).

E naturalmente, si focalizza sul tema della navigazione sicura: quindi niente tracciamento dei dati dell’utente. Infatti, stando a quanto riporta la sezione “About”, non vengono usati cookie né altri meccanismi del genere. Quando compi una ricerca, la query è immediatamente dissociata dall’indirizzo IP del tuo dispositivo (non si può quindi risalire a chi ha digitato le parole sullo schermo). La garanzia, ricorda il Sole 24 Ore, sta nel fatto che la sua architettura software anti-cookie è stata controllata e approvata dalla Cnil (l’Autorità francese di controllo della protezione dei dati personali).

Non è un caso che l’azienda punti molto anche su una internet sicura per i più giovani: la sezione Qwant Junior ha una URL a parte. E una grafica da fumetto e più colorata.

 

Le sfide di Qwant, il “Google europeo”

Logo Qwant (5 versioni)
Versioni del logo di Qwant

Qwant nasce nel 2011 come motore di ricerca francese, grazie a Jean-Manuel Rozan ed Éric Leandri, e va online nel 2013. Ma è diventato a tutti gli effetti “europeo” dal 2015 dopo una serie di fortunati finanziamenti. Ha infatti ricevuto 25 milioni di euro di prestiti agevolati dalla Banca Europea di Investimenti. E il gruppo tedesco Axel Springer (editore “per nulla prestigioso” di Die Welt e Bild) ha investito 3,5 milioni sull’azienda. Affiancandosi alla Caisse des Dépôts francese e ai suoi 15 milioni di euro.

In Italia il motore di ricerca apre una sede nell’ottobre 2017. Ma i grandi gruppi pubblici e TLC del nostro Paese non hanno per ora partecipato, in termini di capitali, a questa innovazione europea.

E giustamente alcuni si chiedono perché.

 

  La sfida a Google parte dal “social web”

Un tesoretto importante, considerando che Qwant nasce con l’intenzione esplicita di sfidare il gigante delle ricerche online di Mountain View. Lo rivela il fondatore Éric  Leandri in un’intervista rilasciata a Chef d’Entreprise (traduzione e grassetti miei): Nel 2011, quando Larry Page sostituisce Eric Schmidt a capo di Google, cambia strategia e spiega che Google non è più un motore di ricerca ma un universo. Interrompe l’indicizzazione del web sociale e crea Google+. Prima, tutto ciò che accadeva sul Web era indicizzato da Google. E se tu non eri su Google, non eri da nessuna parte”.

Oggi è completamente diverso – spiega ancora Leandri – Google ha creato verticali, come Google Shopping, Google Maps, Google Video (che è diventato YouTube) o Google Travel. E in questi verticali, pone i suoi prodotti in prima posizione. E’ stato da quel momento che abbiamo deciso che c’era un posto da prendere aprendo nuovamente il Web“.

In realtà, anche Big G restituisce risultati dai social network. Ma succede poco di frequente e, in genere, si tratta di profili (i singoli post non sono frequenti).

I risultati di Qwant? 2,6 miliardi di ricerche effettuate nel 2016, per 32 milioni di utenti unici interfacciatisi con la piattaforma in 26 lingue: sono i dati riportati da FanPage.it Tecnologia. In assoluto, molto. Ma ancora troppo poco per insidiare il motore di ricerca più potente al mondo. Il quale, secondo SmartInsights, finora nel 2017 ha realizzato 4,4 miliardi di ricerche. Ma al giorno!

 

  Qwant vs Google: il segreto sono le nicchie di mercato

Del resto nessuno pensa che sia una sfida facile. O che l’obiettivo sia raggiungere i ragguardevoli numeri di Google. Mountain View detiene ben l’80% delle quote del mercato delle ricerche online nel terzo trimestre 2017, secondo NetMarketshare (Bing, il “concorrente più insidioso”, si ferma a poco più del 7%).

No. L’obiettivo di Qwant è piuttosto quello di costruirsi una propria nicchia di mercato: costituita, prima di tutto, da coloro i quali cercano informazioni anche sul social web (da Facebook e Twitter, per esempio). Ma soprattutto da quelli che vogliono navigare in sicurezza e privacy.

Quest’ultima nicchia sembrerebbe sempre più remunerativa: dai dati di eMarketer (riportati a febbraio da Repubblica) l’84% degli internauti americani si dice preoccupato dalla questione privacy. Più di 8 cittadini USA su 10 vorrebbero quindi saperne di più su come vengono conservati i propri dati durante la navigazione. E in Europa?

In Europa c’è Qwant, il motore di ricerca che (sempre secondo FanPage.it Tecnologia) punta ad un 5-10% di market share globale da qui al 2020. Sperando che il pubblico “preoccupato” per la privacy aumenti anche in Europa. Il ché garantirebbe all’azienda di Rozan e Leandri introiti modesti (rispetto a Google) ma stabili e remunerativi.

 

Perché il “Google europeo” era cercato come il Santo Graal

Leggendo i nomi dei finanziatori di Qwant ti sarai reso conto che c’è una commistione di enti pubblici e aziende private. E’ evidente che dietro al successo del motore di ricerca pro-privacy, covano interessi politici (non solo imprenditoriali). E su scala europea. Spero che la ragione ti sarà più chiara dal prosieguo di questo capitolo.

Diciamocelo subito. I finanziamenti pubblici al motore di ricerca europeo (soprattutto quelli della BEI) hanno una motivazione precisa: le istituzioni dell’UE non si fidano di come le imprese hi-tech americane trattano i dati dei cittadini europei. E tutto questo ha a che vedere niente meno che con la figura ormai leggendaria (o pessima, a seconda di chi legge) di Edward Snowden.

 

Edward Snowden murales, Manchester
Edward Snowden murales, Manchester: foto di Lawrence Holmes via Flickr

 

   Il “Google europeo”: una risposta UE allo scandalo Datagate

Nel 2013 l’informatico statunitense, a cui Oliver Stone ha di recente dedicato un film, rivelò al mondo il programma di sorveglianza di massa noto come Prism. Le rivelazioni del Datagate mostrarono come la National Security Agency americana (NSA), attraverso azioni di “Signal intelligence”, aveva spiato per anni milioni e milioni di persone in tutto il globo. Non solo i sospettati di terrorismo, non solo capi di Stato e di Governo di paesi alleati (come la presidente brasiliana Dilma Roussef o la cancelliera tedesca Angela Merkel). Ma anche cittadini comuni. Il tutto accedendo ai database di alcune grandi aziende hi-tech della Silicon Valley: Aol, Apple, Facebook, Google, Microsoft, PalTalk, Skype e Yahoo. Internazionale sintetizza in modo chiaro le fasi dello scandalo.

E naturalmente il Datagate ebbe strascichi anche sulla politica europea. Nell’ottobre 2015 la Corte di giustizia UE annullò l’accordo sui termini con cui le aziende americane potevano esportare e trattare i dati degli europei: era il Safe Harbor (“porto sicuro”, in inglese americano). Mai nome fu meno appropriato! L’occasione della bocciatura fu il ricorso intentato a Facebook dallo studente austriaco Max Schrems. La ragione profonda erano chiaramente le rivelazioni di Edward Snowden di due anni prima.

Non c’è però solo una questione di privacy dietro al finanziamento pubblico di Qwant. Infatti, nell’epoca della data economy, le informazioni sono il nuovo oro trasparente. E le istituzioni UE non hanno nessuna intenzione di lasciare il monopolio agli USA.

 

  Multe miliardarie ai “monopolisti” USA del digitale

Secondo Politico.eu, l’Unione europea sta sempre più impersonando il ruolo del “poliziotto digitale del mondo”. Non solo a favore della tutela della privacy dei dati dei cittadini, ma anche contro i monopoli dell’hi-tech. E a farne le spese, a torto o a ragione, sono i campioni digitali della Silicon Valley.

 

Regolamento europeo protezione dati
GDPR – General Data Protection Regulation: foto di Descrier via Flickr

 

Fino al caso più celebre, del giugno 2017: Alphabet, l’azienda di Larry Page proprietaria del motore Google, è stata multata per 2,4 miliardi euro. La sentenza della Commissione europea arriva dopo anni di indagini coordinate dalla commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager. Ed è la più salata mai comminata ad un’impresa tecnologica. La ragione, spiegata sul sito della Commissione UE (grassetti miei): “Google ha abusato della posizione dominante sul mercato in quanto motore di ricerca accordando un vantaggio illegale a un altro suo prodotto, il servizio di acquisto comparativo”.

Anche altre imprese statunitensi devono aprire (e dissanguare) il portafoglio per presunte posizioni monopoliste. O per elusione fiscale: ad agosto 2016 la Commissione multò Apple per 13 miliardi di euro. Nel mirino c’erano gli accordi sulle tasse, ufficiosi e accondiscendenti, perpetuati dall’Azienda col governo irlandese. Che ora deve gestire una situazione diplomatica non facile con la UE. Sempre per elusione fiscale, nell’ottobre 2017, Amazon si è vista recapitare una multa di “soli” 250 milioni di euro. Le è andata bene.

Google, Apple e Amazon non sono gli unici episodi di questa miniserie di tensione tra hi-tech USA e istituzioni europee. Tutti raccontati in dettaglio in questo articolo del Corriere della Sera online.

In sintesi. E’ per queste ragioni che anche Qwant, non un semplice motore di ricerca rispettoso della privacy, può ricoprire un’importanza strategica per la UE. E già qualcuno muove critiche su diversi aspetti di questa collaborazione pubblico-privato…

 

Le critiche al motore di ricerca Qwant e al concetto di “Google europeo”

Già alcune voci avevano ipotizzato che Qwant non fosse un vero motore di ricerca ma solo un aggregatore di notizie del web. Un’esternazione che dagli uffici di Parigi avevano rispedito al mittente, come spiega la pagina Wikipedia del progetto: Qwant avrebbe un suo web crawler e comparirebbe a buon diritto nel Pantheon online con Google, Bing, Yahoo e tutti gli altri.

Ma non è questo il punto principale. Alcuni osservatori non ritengono necessario, per lo sviluppo del mercato digitale in Europa, avere a tutti i costi un motore di ricerca europeo. O lo ritengono addirittura controproducente.

 

Algoritmo, web, arte
apolitik_algorithm: foto di ApolitikNow via Flickr

La sfida di un’impresa europea transnazionale

Tra i dubbiosi c’è Alessandro Perego, direttore scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano: “Se il posizionamento politico di questa iniziativa è chiaro, non altrettanto l’impatto che avrà sul mercato – affermava in un’intervista ad Adnkronos nel novembre 2015 – Gli ostacoli da superare sono principalmente tre”. Vale a dire:

  1. è Google il motore di ricerca largamente più utilizzato,
  2. la creazione di un algoritmo efficace non è per nulla banale e infine
  3. “non sono tanti i casi in cui imprese di diverse nazioni europee abbiano dimostrato una grande efficacia nella collaborazione su grandi progetti di sistema”.

Tutto ciò, nonostante Perego si dica “fortemente favorevole all’approccio costruttivo di creare imprese europee in grado di confrontarsi sui differenti mercati con quelle statunitensi e cinesi”.

Lascia quindi intendere che un’operazione imprenditoriale transnazionale può anche avere successo (come nel caso, citato dallo studioso, di AirBus). A proposito, ricordati che Qwant è “un motore ibrido” almeno per due motivi. Innanzitutto, perché è nato dal mix tra capitali capitali privati (della Qwant sas e del gruppo tedesco Alex Spring) e del settore pubblico (BEI e Casse des Depots francese). E poi perché, come puoi vedere, concorrono capitali francesi e tedeschi (non italiani, ahimé).

 

   “C’è già l’ecosistema Google. Meglio investire su industria 4.0”

Ma anche Stefano Quintarelli, deputato di Scelta Civica attento ai temi digitali, mette in guardia dalla concorrenza di Google.

“Le persone – spiega ad Adnkronos – usano Google perchè dà risultati e c’è tutto un ecosistema intorno che porta lì, a Google”. Si riferisce cioè ad e-mail (Gmail), sistemi di salvataggio in cloud (Drive), strumenti per la pubblicità (Adwords e Adsense) e per l’analisi SEO (Adwords, Analytics, Search Console, Ubersuggest…). Ed è un ecosistema completo. Per questo non è facile convincere utenti e professionisti web ad abbandonare Big G!

Piuttosto che cercare il “Google europeo”, secondo Quintarelli, sarebbe meglio che i governi dell’UE investissero seriamente nell’industria 4.0: ossia il paradigma di automazione della manifattura, che punta ad una connessione “totale” tra sistemi fisici e sistemi informatici in ambito industriale. Un paradigma che, secondo molti, sarà la svolta per l’economia mondiale.

E a questo si ricollegano anche le critiche, più alle istituzioni europee finanziatrici che a Qwant in sé, da parte degli osservatori internazionali.

 

Market share: immagine
Market di Brillianthues via Flickr

 

“I mercati, non le burocrazie, rendono forti le imprese”

Questa è la critica più interessante: non tanto a Qwant, ma al progetto istituzionale per lanciare un motore di ricerca europeo (quasi fosse una questione “identitaria” per l’Europa). La muove John Springford, direttore di ricerca del Centre for European Reform, su Politico.eu.

E’ interessante perché si inserisce in una precisa visione economica del mondo, quella di stampo liberale (di matrice soprattutto anglosassone). I “mandarini di Bruxelles”, ragiona Springford con sarcasmo, dovrebbero smetterla di multare servizi apprezzati dai consumatori (quali quelli di Google & co), predicare libero mercato e dare poi una mano alle proprie imprese.

In sintesi, L’UE non aumenta gli standard di vita aiutando le aziende europee a lottare per far fronte alla concorrenza americana”. Meglio proseguire con la costruzione del mercato unico digitale,e alle sue intuizioni giuste (come l’armonizzazione delle regole di protezione online dei consumatori).

La Commissione, in questo caso, risponderebbe che anche la lotta ai monopoli fa parte della propria mission. Così come agevolare l’innovazione per creare posti di lavoro ad alto valore è tra le priorità della Banca Europea degli Investimenti.

 

Ma alla fine, Qwant funziona bene come Google?

Già. Al netto della storia della Rete e di tutte le valutazioni economico-politiche… Come se la cava Qwant, rispetto a Google, con la qualità dei risultati di ricerca? Domanda legittima: il successo di una soluzione digitale lo stabiliscono poi i suoi consumatori.

Ho quindi compiuto un esperimento: ho provato a cercare la parola chiave “federazione Europea” sia su Qwant sia su Big G. E in quest’ultimo caso, sia col mio account personale sia in forma totalmente anonima (e dopo aver ripulito la cronologia da cookie precedenti).

 

Qwant e Google confrontati attraverso una query

Intendiamoci. Non ho scelto una query a caso. Si tratta infatti di un argomento che un poco conosco e di cui posso immaginare i risultati più pertinenti: per chi è curioso, il termine si riferisce a un progetto di possibile futuro istituzionale dell’Unione Europea (puoi leggere di più su Wikipedia). Ma non solo: “federazione europea” è anche una keyword ambigua (quindi, per un motore di ricerca, facilmente fraintendibile). Infatti esistono diverse “federazioni europee”, ma di associazioni che non c’entrano nulla con la politica: esiste una federazione europea per il volley, per il karate, per gli psicologi eccetera.

Insomma, volevo capire se sia Qwant sia Google restituiscono risultati precisi e contestualizzati su questa query un po’ “ambigua” oppure no.

Faccio una piccola premessa, prima che i colleghi SEO (che si occupano di contenuti per i motori di ricerca) giustamente mi contestino: so benissimo che, per stabilire tutto ciò, servono molti più esperimenti e più dettagliati.

Questo è soltanto un gioco, per farsi una prima impressione!

Detto questo, ho realizzato lo screenshot dei risultati: un raffronto sinottico tra i tre metodi e i tre tipi di link restituiti. Guarda l’immagine qui di seguito: Qwant nella schermata di sinistra, Google attraverso il mio account al centro, Google anonimizzato nella parte a destra.

 

Qwant vsGoogle: sfida sui risultati
Confronto tra Qwant e Google sulla query “federazione europea”

 

Ed ecco quello che è venuto fuori.

 

Per ora Google performa meglio di Qwant

Come puoi vedere Google restituisce, sia con account sia in forma anonima, grossomodo gli stessi risultati. Nella ricerca con il mio account mi dà anche una serie di post, che ho scritto sull’argomento, un po’ di anni fa (ma non cambia le cose). E tutti i link indicati fanno riferimento al tema istituzionale: quello della federazione europea come progetto istituzionale. Invece Qwant si discosta molto da questi risultati e mixa pagine politico-istituzionali con quelle sulle varie federazioni europee di associazioni.

Mi pare quindi che i risultati dell’esperimento siano interpretabili attraverso una di queste tre tesi (e senza avere ancora consultato professionisti web più esperti di me):

  1. Google performa meglio di Qwant perché ha meno restrizioni sulla privacy e conosce lo storico degli interessi dell’utente (e forse per questo compaiono le stesse pagine sia con account sia in forma anonima). Ma non pensiamo necessariamente male. In alternativa,
  2. Google performa meglio di Qwant perché il suo database delle ricerche finora svolte sull’argomento (in questo caso per “federazione europea”) è più di vecchia data e quindi più ricco. Può essere. O ancora,
  3. Google performa meglio di Qwant perché l’algoritmo del colosso di Mountain View è più “rodato”.

In ogni caso mi sembra evidente sembra che, per il momento, Google è più performante di Qwant. Stando a questo piccolo e incompleto esperimento, naturalmente, Per quanto molto indicativo.

“Ma – potresti obiettare – chi dice che l’utente Mario Rossi non stia cercando proprio le differenti federazioni europee di associazioni?” E’ possibile, sì. Ma lo trovo abbastanza improbabile. In fondo la search intent, l’intenzione di ricerca, è abbastanza chiara: se digito soltanto “federazione europea” (senza aggiungere altro) è perché mi aspetto di trovare pagine su quella federazione europea. E tre risultati su dieci sull’argomento desiderato sono onestamente pochi.

Per ora il verdetto mi sembra chiaro. Anche se non è detto che, negli anni, il motore di ricerca europeo non recuperi lo svantaggio… “facendo esperienza”!

 

Ma lo scopo non è battere Big G: è costruirsi una nicchia sulla privacy dati!

Forse il punto non è chi performa meglio in termini assoluti. Il punto è che Qwant si rivolge soprattutto a quella nicchia di persone che “parteggiano” per la riservatezza delle ricerche online. E’ una strategia di marketing e può funzionare.

Ora, non conoscere lo storico delle ricerche di un utente può rappresentare, in termini assoluti, uno svantaggio competitivo: i risultati sono infatti meno precisi. Aggiungiamo che l’algoritmo di Google ha per ora una marcia in più (è incontestabile) e il match è deciso. Ma tutto questo non necessariamente rappresenta un (grave) problema per quanti tengono alla tutela dei propri dati: per loro, può valer la pena avere più pazienza e scorrere più risultati cercando quello che a loro occorre. E come hai visto dai numeri, sono sempre di più.

Avrà successo quest’operazione? Lo decideranno gli utenti. Quindi anche tu ed io!

 

Conclusioni sul motore di ricerca europeo

Il motore di ricerca Qwant rappresenta (mi sembra) una delle innovazioni europee più interessanti degli ultimi anni. Sia pensando al tema della tutela dei dati (che in epoca digitale è sempre più sentito), sia perché attraverso questo progetto anche gli europei possono essere degni concorrenti della Silicon Valley americana. Il tutto è da inscrivere sempre nella costruzione di un mercato unico digitale e di molteplici altre innovazioni di questo contesto.

Certo, l’azienda di Rozan e Leandri non può far seriamente paura a Google. Sicuramente non per i prossimi dieci anni. Ma almeno questo ed altri progetti tentano (un po’ in ritardo) di colmare il gap digitale con gli Stati Uniti d’America. E’ indubbio che l’algoritmo va ulteriormente raffinato. Ma si può fare.

Molti non vedono di buon occhio questa commistione di pubblico e privato: ad alcuni sembra l’ennesimo capitolo di una guerra commerciale tra UE e USA. Se posso lasciarti il mio parere, penso anzi che sia un ottimo esempio di come possono operare gli europei sulla tecnologia.

Alla politica la visione, all’imprenditoria l’innovazione utile.

 

 

Immagine in alto: collage di ricerca web, giochi, Francia, Europa (foto: oxelo di Emeraldshell via Flickr)

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